Non abbiamo più il diritto di scegliere quello che vogliamo sapere

  • 05/05/2019 00:00

Nel periodo dei giganti “social media” che vivono e prosperano di contenuti generati dagli utenti, questi ultimi non hanno più il diritto di avere ciò che desiderano in cambio.

Nel periodo dei giganti “social media” che vivono e prosperano di contenuti generati dagli utenti, questi ultimi non hanno più il diritto di avere ciò che desiderano in cambio.

Perché diverse volte, svariati influencer in giro per il mondo, recitano la frase “se un servizio è gratuito, il prodotto sei tu”. Ed è vero, perché il fatto di avere un servizio gratuito come Facebook, Twitter o LinkeIn ha un prezzo. E lo paghiamo in pubblicità… nel senso che siamo quelli che consumano la pubblicità, guardandola, cliccandoci sopra, forse comprando qualcosa di pubblicizzato, che a sua volta comporta il fatto che qualcuno paghi per fare altra pubblicità. Parliamo di un circolo vizioso nel quale chi paga, è sempre l’utente che usa il servizio gratuito. E che spesso genera contenuti per alimentare ulteriormente questo sistema.

E quindi torno al tema originale. I contenuti.

Quando decido di seguire una pagina o un profilo è perché mi interessa ciò che tratta. Sia esso a tema anime, manga, fantascienza, tecnologia, sicurezza, notizie… qualsiasi sia il tema, se seguo qualcosa, è perché sono interessato a quel genere di contenuti. Se un canale smette di generare contenuti interessanti, semplicemente, smetto di seguire il canale. Non sono (ancora) nella sindrome del “follow compulsivo” (che potrebbe essere anche una nuova patologia psicologica da declinare).

La timeline di Facebook è sempre stata affascinante, più o meno tanto quanto quella di LinkedIn. Ha la straordinaria capacità di visualizzare contenuti meno interessanti da un punto di vista di appagamento personale.

Faccio una piccola digressione sul tema.

Le timeline di Facebook e LinkedIn, recentemente anche Twitter, propongono i “post più interessanti per te”. Un programma analizza tutto quello che facciamo sui singoli social media e, essenzialmente, su qualsiasi sito Internet in cui ci sia il bottone “like” di uno dei social media in questione. Per cui se andate sul sito di un giornale e mettete “like” in una notizia, quell’azione farà sì che quello stalker cyber-sociopatico di algoritmo inizi a valutare quella notizia come “potenzialmente rilevante”. Questo è un po’ il principio con il quale sistemi come Google vi perseguitano con banner pubblicitari di intimo o accessori auto dopo aver visto il sito di una rivista di qualche genere. (Un po’ per autocompiacimento, un po’ per orgoglio, en3py.net non adotta nessuna delle suddette tecnologie traccianti).

Dicevamo: la timeline di Facebook è creata “appositamente per te, con contenuti che sicuramente ti interessano”. Un software sta plasmando la visione delle cose interessanti a “proprio” piacimento con la presunzione di essere nel giusto e fare qualcosa che sia “un bene per te” (in sostanza, pur non avendo una coscienza di sé è già affetto da disturbo delirante). Non solo: cambia ad ogni aggiornamento o apertura dell’applicazione, rendendoti praticamente impossibile trovare quello che hai visto dieci minuti prima, per non parlare del fatto che inizi ad avere degli squilibri mentali perché sei convinto di aver visto qualcosa poco prima (magari il giorno prima) e non la trovi più (per poi scoprire che era un post vecchio di un anno ma in quel particolare momento era rilevante come se dovesse cambiarti la vita. Invece ti porta sull’orlo di una crisi psicotica).

Fino a qualche tempo fa c’era un modo per aggirare questa cosa: ben nascosti nei menù dei vari siti c’era una voce che ti permetteva di vedere gli “ultimi aggiornamenti”. Così potevi vedere cosa avessero postato i tuoi contatti nelle ultime ore, scoprire che magari qualcuno aveva creato un nuovo post nel suo blog che ti faceva scoprire un nuovo manga (credit Arte Nove Blog) o che c’è stato un evento importante per qualcuno e che magari dargli un colpo di telefono avrebbe avuto un significato vero. Ma siccome costoro non generano contenuti in modo isterico e compulsivo, sono considerati alla stregua di emarginati e quindi non meritano di essere considerati dall’algoritmo sociopatico di cui prima.

Dicevo che fino a qualche tempo fa, questa funzionalità c’era anche su Facebook, nascosta, ben nascosta dietro tre sottomenù, con un’icona che se la vedi il cervello ti dice “XXXX NON SI FA!!!”. E oggi l’ho toccata (con tanto di perversa convinzione di poter vedere qualcosa che mi interessasse davvero).

Disillusione, sciagura, sconforto, morte e distruzione.

Prendete le notizie che possono apparire su un giornale, mettetele su foglietti di carta, buttateli in un vaso, mescolate bene, riversate tutto su un tavolo e iniziate a leggere a membro di segugio i vari biglietti. Ecco la vostra timeline. C’è tutto eh, ma leggerla è più doloroso che tirare il mignolo del piede contro lo spigolo della porta. Senza ciabatte. Correndo.

Facebook è stato precursore di questa sindrome della timeline isterica (e il fatto che stiano lavorando a progetti di intelligenza artificiale mi fa cadere le braccia, perché altre parti ormai sono cadute da tempo), poco dopo seguito da LinkedIn (anche se meno istericamente), mentre Twitter ci si è aggiunto solo di recente. Anche Instagram, forse per coerenza e desiderio di diventare incoerente ed isterico, sta iniziando a ordinare i post in modo più o meno pseudo ordinatamente casuale.

Qualche settimana fa scrissi un post (in inglese) con una domanda di fondo, e mi rendo conto di essere su questa linea di pensiero da troppo tempo per troppo a lungo. Per caso stiamo cercando di schiavizzarci sotto un Dio creato da noi stessi? Perché quello che vedo, dall’interno di quello che succede in ambito tecnologico, mi sembra volgere davvero in questa distopica direzione.

E dire che avremmo la possibilità di creare cose pazzesche: la tecnologia oggi permette di diagnosticare patologie prima ancora di essere riconoscibili sulle lastre, siamo in grado di individuare un rapinatore seriale e riuscire a intercettarlo sul fatto prevedendo quale sarà il suo prossimo colpo (e, pensa un po’, gli americani questa tecnologia non ce l’hanno!). Abbiamo la prima foto della storia di un’anomalia spazio-temporale che è un buco nero.

Dove rivolve il business? Nella pubblicità.

Lo sforzo maggiore che troviamo, è quello di proporre il nuovo candy crush o di attirare le persone ad andare a visitare siti Internet che hanno 40-50 banner pubblicitari da visualizzare. In mezzo alle pubblicità a pieno schermo, normative privacy, informative sui biscottini (cookie, che non hanno nemmeno le gocce di cioccolato – pezzenti!) che l’UE ha imposto su tutti i siti Internet (e che nessuno legge mai perché ti si appanna la vista solo a vedere quanto c’è scritto), srotellando (o sfregando spasmodicamente lo schermo del telefono manco fosse un feticcio) arrivi sulla foto che stavi cercando per poi scoprire che sotto c’era solo una didascalia. Ma nel fare tutte quelle operazioni, sei stato iscritto (o iscritta) a quattro newsletter senza saperlo, avidi software affetti da fame compulsiva hanno iniziato a ragionare su cosa sia bene per te e quindi creare di nuovo la timeline di cui tutto questo sproloquio. Ah forse il tuo numero di cellulare è anche finito in qualche lista di call-center e riceverai un addebito sul conto di 5 euro a settimana o verrai mitragliato da gente che vuole proporti investimenti in criptovalute.

In tutto questo contesto, le persone che generano contenuti, che alimentano avidi ed insonni divoratori di dati, che monetizzano il tempo delle persone che ci passano il tempo sopra propinando banner pubblicitari e facendo di tutto perché tu passi sempre più tempo con loro e con nessun altro (nessuno ci trova una sindrome affettiva di qualche genere?) perché “l’uccelletto blu è cattivo, resta a spolliciare o cuoricinare con me”.

La guerra dei poveri tra i ricchi.

Una guerra, mi permetto di dire, messa in piedi a suo tempo da ragazzini che con le tastiere magari erano dei draghi, ma a cui nessuno – specie il contesto sociale in cui sono cresciuti – ha insegnato cosa sia etica e morale.

Domando scusa mi correggo. Quelli che hanno fatto un esame di coscienza hanno abbandonato le suddette piattaforme.

Ora, non dico che sia il caso di boicottare le piattaforme, anche perché di complottisti ce ne stanno già in giro abbastanza su fin troppe piattaforme. Avere la sensibilità di dire “io voglio una scelta” credo sia un diritto (mi pare sia persino annoverato tra i diritti umani, sicuramente nelle sacre scritture di diverse religioni è contemplato un “libero arbitrio”).

Personalmente ritengo che i social media siano la rappresentazione di una società che cambia e che potrebbe evolvere in meglio. Quello che sto vedendo è che stiamo manipolando la tecnologia in modo veramente perverso. Invece di costruire sistemi che permettono uno scambio di conoscenza e crescita culturale vengono sviluppate tecnologie che servono a spremere sempre più le meningi delle persone e renderle “bestiame dell’era digitale”. Una mandria di carne da mandare in un mattatoio, guidandolo abilmente con informazioni abilmente plasmate al fine di alterare il comportamento.

Alcune referenze che mi vengono in mente rileggendo questo post…

Minority Report (2002 di Steven Spielperg) ispirato ad una omonima storia breve di Philip K. Dick (1956)

Decisamente il ciclo della Fondazione di Asimov (le cui origini risalgono al 1942) … Hari Seldon e la “psicostoria” ha un che di perversamente affine con quello che è successo con Cambridge Analytica

Immagine di copertina: computer-twitter, En3pY cc BY-NC-ND

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